A proposito di “nuove povertà”

20081222- ROMA -SOI- ISTAT: 5,3% FAMIGLIE NON HA SOLDI PER IL CIBO – Un anziano fruga tra i rifiuti del mercato di piazza S. Cosimato a Trastevere, oggi a Roma. Secondo l’ultima indagine dell’Istat, a fine 2007 e’ salito dal 4,2% al 5,3% il numero delle famiglie che ha dichiarato di avere avuto nel corso dell’anno ”momenti con insufficienti risorse per l’acquisto di cibo”. ANSA /GUIDO MONTANI/DEBDEB

Falco Nardi

Uno degli aspetti più inquietanti che ha messo in evidenza la crisi provocata dalla pandemia è la scoperta di un’Italia in cui la povertà è giunta ad un limite indecente. Non che prima la povertà non esistesse, ma i poveri, tanti, appena assurgevano per caso a notizia nazionale, venivano immediatamente ricacciati sotto il tappeto come se fossero fastidiosa polvere. Mai ci si è fattivamente impegnati, investendo il necessario, per rimuoverla completamente e definitivamente. Quanto ci faceva male al cuore vedere persone dormire per strada ed elemosinare un pasto caldo d’inverno, magari vederle morire nell’indifferenza delle Istituzioni e nel dispiacere di ognuno di noi, tranne poi a dimenticarsene totalmente un minuto dopo, davanti a una bella tavola bandita o seduti al caldo davanti al televisore o beandosi di inutili guardaroba e altri beni superflui.

Da questo punto di vista la pandemia ha tracciato un solco ancora più profondo tra chi diventa sempre più ricco e chi, inopinatamente precipita nell’inferno della povertà, i cosiddetti nuovi poveri, la vecchia classe media, fatta da commercianti, artigiani, piccoli e medi imprenditori, liberi professioni, che, in passato, magari, si battevano il petto contro tanta polvere ma poi la rimuovevano ponendola sotto il tappeto, per non vedere e non essere infastiditi. Di questi ultimi oggi si parla, ci si preoccupa tanto, perché hanno visto messa in discussione la loro posizione sociale e il loro benessere e perché sono in grado di far sentire forte la loro protesta.

Non ne parlerò io in questa circostanza. Voglio parlare invece dei vecchi poveri, quelli che non hanno veramente niente, abbandonati e sotto il limite di sopravvivenza, quelli che non vuole più nessuno anzi rappresentano un fastidio per la coscienza degli altri e che sarebbe meglio per tutti se togliessero il disturbo: gli anziani, quelli dell’assegno sociale, quelli che non hanno più neppure la forza per protestare.

Circa 850.000 percepienti l’assegno mensile della favolosa somma di euro 5.680 circa, che diviso per dodici mesi fa Euro 470 circa, abbondantemente al di sotto della soglia limite di povertà assoluta. Che si fa con 470 euro al mese? Si deve decidere, pago l’affitto per una casetta o mangio o, peggio, non mi curo? Sono persone di diversa estrazione sociale che hanno avuto grossi problemi dalla vita tali da non essere riusciti neppure a conquistarsi una pensione decente. Donne e uomini soli, con storie dolorose alle spalle, sia familiari che professionali, che nessuno ascolta e la gran parte schifa. Che civiltà è quella in cui una società tratta da pezzenti i propri anziani in difficoltà? Giusto oggi soccorrere i “nuovi poveri”, ma è da sempre che esistono i “vecchi poveri”,  che abbiamo fatto finta di non vedere, mai soccorsi e completamente abbandonati a cui è stato tolto l’orgoglio di cittadino e la dignità di persona.

Concludendo osservo che è giustissimo venire in soccorso di chi dalla pandemia è stato reso povero, ma giustizia sociale vuole che in soccorso si vada anche di coloro che sono stati resi poveri dalla vita. Un aumento sostanzioso dell’assegno sociale è doveroso per non lasciare ai margini questi cittadini, per umanità innanzitutto e per spirito civico poi.

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